Autonomia, dipendenza, interdipendenza: piccoli bambini crescono...


Nel corso delle serate formative organizzate dai professionisti di Studio Psicologia Bassano, rivolte ai genitori e insegnanti del territorio di Bassano del Grappa e dintorni, amiamo esordire con una riflessione sui significati del termine “autonomia”.

Se pensiamo alla parola “autonomia” il primo termine che ci viene in mente potrebbe essere indipendenza, fare ciò che si vuole, da soli. In realtà ciò a cui facciamo riferimento non è altro che un’abilità nuova dal punto di vista fisico ed emotivo che occupa uno spazio sia fisico che psicologico.


Già dai primi due anni di vita la necessità di autonomia nel bambino comincia a farsi sentire partendo ad esempio da un bisogno di riconoscersi allo specchio, fino a coinvolgere la sua routine quotidiana cominciando ad alimentarsi e a vestirsi da solo.

L’autonomia però si scontra con l’ambivalenza tipica del periodo evolutivo che il bambino sta vivendo; egli infatti cresce oscillando tra la voglia di autonomia e il bisogno di dipendenza dai propri genitori. Se durante l’infanzia questa fluttuazione di bisogni è presente in modo particolare, in realtà la possiamo ritrovare anche nei periodi successivi dell’adolescenza fino all’età adulta.

Per questo motivo preferiamo parlare di “interdipendenza”, intesa come una terra di mezzo in cui ci muoviamo sempre nella nostra vita.


Ma quali figure adulte possono facilitare questo processo?

In primis i genitori, che sono le figure di riferimento principali, hanno un ruolo fondamentale per stimolare il bambino al raggiungimento di alcuni obiettivi necessari e offrirgli uno spazio in cui sono inclusi sia i “Sì” che i “No”.

Ulteriori figure adulte che accompagnano il bambino nella sua crescita sono le insegnanti; non dimentichiamo infatti che la scuola è l’ambiente, all’interno del quale i bambini trascorrono gran parte della loro giornata.

Per i genitori e insegnanti della scuola dell’infanzia, la Dott.ssa Laura Marostica e il dott. Gabriel Munoz hanno realizzato una serata formativa sul tema, intitolata “Posso cavarmela da solo?”

Quali sono quindi i possibili interventi da parte degli adulti?

  • Osservazione quotidiana: prestare attenzione al cambiamento, osservare i bambini ed evitare di fare confronti con altri. Ogni tanto può tornare utile chiedersi “Cosa sa fare oggi il nostro bambino che un mese/due mesi fa non sapeva fare?”.

  • Organizzare l’ambiente: portare tutti gli oggetti che il bambino utilizza alla sua portata, un po’ come viene fatto nelle scuole dell’infanzia. A casa possiamo agevolarli ad esempio ponendo l’alzatina per lavarsi le mani o per permettergli di guardarsi allo specchio mentre impara a lavarsi i denti; oppure predisporre alla loro altezza i mobili che contengono i giochi in modo che sia più facile per lui sia prenderli che metterli in ordine. Inoltre, aiutarli a maneggiare con attenzione alcuni oggetti anche di materiale diverso, per far vedere come le loro stesse azioni possono avere un effetto sull’oggetto stesso (ad esempio imparerà che se cade un bicchiere di vetro si rompe, mentre se cade uno plastica probabilmente non si romperà; e così imparerà anche a maneggiare con maggior cura il bicchiere di vetro)

  • Fare la telecronaca: mentre si sta svolgendo con loro una qualche attività, dal fare il bagnetto al preparare i biscotti, al preparare la tavola può essere utile elencare i passaggi facendo loro una sorta di “telecronaca”

  • Poche regole ma chiare: Regola chiara non vuol dire comando, ma creare una nuova abitudine, una nuova procedura, come ad esempio lavarsi i denti prima di andare a letto. Se questa diventa una nuova abitudine, la acquisirà e con il tempo la svolgerà in maniera pressoché automatica. Predisporre delle regole che siano semplici, condivise e sostenibili per la loro età. L’adulto inoltre deve dare l’esempio: se la regola è “no videogiochi mentre si cena”, l’adulto dovrebbe avere l’accortezza di non utilizzare il cellulare mentre si sta cenando.

  • Comunicazioni fattibili: in relazione all’età del bambino utilizzare una comunicazione concreta oltre che osservabile. Il concetto generico “metti tutto in ordine” può diventare “metti i giochi dentro il cesto e i peluche sul mobile”.

È importante inoltre comunicare in forma positiva, limitando il “non” e il “no”. Alcuni esempi potrebbero essere tradurre “non si avanza cibo” in “prima di chiedere altro cibo, si deve terminare quello che è nel piatto”; oppure “non si urla” può diventare “si parla a voce bassa”.

  • Creare delle abitudini: per i bambini, un compito diventa più semplice se diventa un’abitudine, perché non interpella la volontà e l’azione diventerà automatica. È importante creare delle piccole abitudini in primis in casa e poi man mano generalizzarle ad altri contesti tipo la scuola o nello studio

  • Il (non) ruolo della punizione: utilizzare il principio della minima forza necessaria, pensare a quale potrebbe essere il più piccolo intervento necessario affinché il bambino smetta di fare quello che sta facendo. Come sostituzione al rimprovero verbale o all’ occhiataccia, sono molto più efficaci i rinforzi e la gratificazione per quello che ha saputo fare. La punizione infatti ha un effetto immediato e non sul lungo termine.


In questo articolo sono stati riassunti i capisaldi delle formazioni rivolte ai genitori e agli insegnanti delle scuole dell’infanzia che i professionisti di Studio Psicologia Bassano realizzano nel territorio.

Fai parte di un comitato genitori o di una scuola dell’infanzia e ti piacerebbe approfondire l’argomento attraverso degli incontri di formazione? Scrivici a territorio@studiopsicologiabassano.it



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